Nei tuoi occhi giocano
raggi di sole mentre
tra le tue braccia mi culli
sento il fuoco del desiderio,
i sensi giocano tra di loro
godendo questo amore.
Il suo profumo
inonda l’aria di sudori,
gemiti d’amore
come musiche angeliche.
Si avviarono lentamente
su per la salita,:
Non si toccavano,
lei lo guardava di tanto in tanto..
lui pensoso la evitava.
Arrivarono nel punto più alto
e da lì la città si mostrava
in tutta la sua bellezza struggente.
Si vedevano le montagne,
le cime innevate..all’orizzonte.
E il cielo di un azzurro
che sembrava irreale.
Laggiù si stagliava il profilo della Sacra,
sentinella della valle.
Allora lui le prese la mano
e la portò alle labbra,
poi la baciò lentamente e dolcemente.
Gli occhi. negli occhi.
Non una parola,
solo il silenzio.
Nutrimento
Unico
Tangibilmente
Erotico
La
Lingua
Assapora
Abitavo in una casa di ringhiera, nel centro di Torino, i ricchi avevano delle case bellissime che si affacciavano sulla piazza, quelli come noi non abbastanza poveri da avere le case popolari, non abbastanza ricchi da potersi permettere una bella casa con tutte le comodità, avevano un piccolo appartamento rivolto verso l’interno..
Ma io ero felice. I miei giochi si svolgevano in cortile se “tota Zanet”, la portinaia, ce lo permetteva, altrimenti sul grande ballatoio alla fine della ringhiera. Le mie amiche del cuore erano Rosy e Maria Grazia, con loro giocavo molto a nascondino, e ogni anfratto, scala, angolo buio, diventava luogo ideale per nascondersi, non importava se si era scoperti all’istante, data la ristrettezza del luogo. Poi c’erano i giochi di movimento: “Strega tocca color…cielo!” ed era sufficiente alzare un braccio perché il cielo era a portata di mano. Oppure “rialzo”quando per salvarsi da chi doveva prenderci bastava salire su qualsiasi rialzo, pietra, gradino, tronco. E “Fulmine”, chi veniva afferrato doveva rimanere a braccia aperte attendendo la liberazione dal tocco di chi era ancora libero. La palla rossa, rimbalzava costantemente: palla avvelenata, palla prigioniera, palla muro “Stando ferma, con un piede, con una mano, battimano, zigo zago, tocco terra, la ritocco, ali, cinghia, gheisa” Una sorta di litania che risuonava in continuazione. La corda, che volteggiava veloce: “Pera, arancio, limone, mandarino!”
E i giochi di parole e di passi e di danze: i proverbi, telefono senza fili, gli indovinelli, passa il re, regina reginella, le belle statuine, la bella lavanderina, i girotondi, è arrivato l’ambasciatore, i difetti, l’orologio fa tic tac.
Le conte per decidere chi iniziava un gioco: “Bum, cade la bomba in mezzo al mare, mamma mia mi sento male, mi sento male da morire, prendo la barca e fuggo via, fuggo via in mezzo al mare, dove ci sono i marinai, che lavoran tutto il dì, sei proprio sotto TU!
Giochi che non costavano nulla, ma che servivano a cementare le amicizie.
Quando scendeva la sera ed era obbligatorio rientrare in casa, ci salutavamo cantando una canzone. Appuntamento per il giorno dopo, appena terminati i compiti, perché nessuno aveva altri impegni.
C’era una volta il cortile dei miei giochi, oggi non esiste più.
Petali bianchi
nel cielo di cobalto
piove su noi


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Dentro un caffè rumoroso
chino a un tavolo siede un vecchio; con un giornale davanti, senza compagnia. E pensa al suo disprezzo per la miserevole vecchiaia, a quanto poco egli potè godere gli anni in cui aveva la forza, la facondia e la bellezza.. Ma a forza di pensare e di ricordare il vecchio resta turbato. E si addormenta appoggiandosi al tavolo del caffè. di Kostantin Kavafis ![]() |